.

.

"QUI PER SEMPRE"

Mentre Giocondo imbottigliava tramonti, dall’altra parte del mondo e più precisamente a Panama, salpava una nave misteriosa, dal nome sconosciuto. Solo il capitano era a conoscenza della sua destinazione. Era l’aprile del 1871 e nei giorni che precedettero la partenza, in tanti al porto gli avevano chiesto: «Cual es el destino?» Col suo inconfondibile accento inglese, il capitano aveva sempre risposto: «Quien sabe?» Chi lo sa? Conosceva gli sgambetti del destino e le trappole del mare. Ma il richiamo del viaggio era troppo forte e la nave salpò senza timori. Veleggiò tra le isole caraibiche, con le quattro vele spiegate e il carico di alcool da barbabietole da zucchero ben conservato nella stiva. Solo al quinto giorno di navigazione, il capitano Jefferson svelò alla ciurma la loro destinazione: il porto di Genova. A vederlo, si faceva fatica a credere che quella misteriosa nave potesse affrontare l’immensità dell’oceano. Ma i marinari erano esperti inseguitori di orizzonti e accolsero bene l’ordine del capitano: il vecchio continente li aspettava.

Avrebbero dovuto impiegare un mese per arrivare a Genova. Ma il tempo di quel viaggio si dilatò incredibilmente.

Oltre al capitano Jefferson, c’erano Roger, il suo più fidato collaboratore, e Gil, il medico di bordo ed esperto alchimista. L’equipaggio era poi composto da altri sette membri di cui non si conosce né il nome né il destino a cui andarono incontro. Non era facile resistere a quelle lunghe traversate, senza mai toccare terra, senza mai vedere di notte una luce che non fosse la luna o le stelle.

«Sembra di stare in mezzo al nulla e al tutto» filosofeggiava Roger. Ogni sera, cullato dal dondolio delle onde, osservava le costellazioni e aveva un grande rispetto per tutto ciò che la natura gli svelava. Gil preferiva leggere i suoi manuali nel chiuso della sua cabina, ma a volte aveva l’impressione di stare nella pancia di una grande balena di legno scricchiolante, e non vedeva l’ora di scorgere la terra ferma. Jefferson fumava il suo sigaro e sognava le luci delle grandi città. Genova non sarebbe stata la sua destinazione finale. Voleva andare a Milano e poi a Parigi. Ma dietro l’angolo il destino era pronto a scombinargli i piani.

«Cual es el destino?» «Quien sabe?»

Quando finalmente superarono lo stretto di Gibilterra, la nave iniziò a tracciare una rotta strana: non seguì la costa spagnola per raggiungere Genova nel minor tempo possibile, ma continuò a navigare in mare aperto, fino a raggiungere la Sicilia e lo stretto di Messina, luogo mitico, cuore di tante leggende. I motivi di quella rotta bizzarra sono tuttora avvolti nel mistero. Forse una corrente marina che rese la nave ingovernabile. Oppure il richiamo di una sirena, a cui Jefferson non riuscì a resistere.

In realtà una sirena la incontrò per davvero, molti anni dopo, al Moulin Rouge di Parigi. Questa però è un’altra storia che vi racconterò più avanti.

Quello che dovete sapere ora è che la misteriosa nave, appena raggiunse le coste calabresi, si ritrovò in balia di onde altissime e vortici dai quali era impossibile salvarsi.

Il mare si era arrabbiato all’improvviso oppure era stato un drago marino a cambiare per sempre il destino dei tre? Non abbiamo notizie certe di cosa successe la notte dell’8 maggio 1871 e per questo motivo la nostra immaginazione può navigare liberamente.

Quello che si sa è che la nave colò a picco e gli unici tre superstiti furono Jefferson, Roger e Gil, che a stento nuotarono fino alla costa di Fiumefreddo.

Rimasero un giorno intero sdraiati sulla spiaggia, sfiniti per la grande fatica e l’immensa paura.

Nessuno dalla costa aveva visto il naufragio e del carico di alcool non si seppe più niente. Forse riuscirono a recuperarlo, vendendolo ai primi commercianti incontrati sulla strada. Oppure i bauli riposano ancora in fondo al mar Tirreno, protetti dalle sirene e dai draghi marini? Quien sabe…

Ciò che veramente conta furono gli occhi di Jefferson appena si trovò di fronte ai monti della costa, ai suoi grandi alberi e ai piccoli paesi arroccati. Luccicavano di meraviglia ed erano colmi di stupore.

Il mare li aveva sputati e gli aveva regalato un nuovo destino. Una seconda chance. E Jefferson voleva farsi avvolgere da quella misteriosa opportunità e da quelle colline che esprimevano voglia di fermarsi, un desiderio che avrebbe espresso pochi giorni dopo, con una frase che Gil e Roger non dimenticarono più.

Dopo il naufragio, camminarono per tre giorni e tre notti. Jefferson affrontava i sentieri con grande energia. Si direbbe che era rinato: l’allegria non gli mancava e, a volte, era spavaldo. Non voleva fermarsi e mai si lamentava per la fame o per il caldo.

Roger era più calmo, rispettoso della natura. Non voleva strafare. Anzi, le forze andavano dosate. Bisognava prendersi il tempo per osservare, annusare le erbe selvatiche, riconoscere gli alberi e i fiori.

Gli piaceva moltissimo immergere i piedi in un torrente e ascoltare il dolce gorgoglio dell’acqua che serpeggia tra i sassi. Gil invece era… beh, Gil sembrava una perfetta via di mezzo tra i due caratteri. I tre viaggiavano in simbiosi.

Infatti, quando anni dopo Jefferson partì per il suo lungo viaggio a Parigi, al Vecchio Magazzino Doganale fu chiaro che quel prezioso equilibrio tra i tre rischiava di rompersi, se Jefferson avesse tardato a tornare.

Ma in quel momento, quando si allontanarono dal mare e dalla spiaggia, spinsero le loro vite oltre la montagna, percorrendo sentieri che si snodavano tra le foreste di faggi e castagni. Finché raggiunsero i monti dell’Orsomarso dove, sotto i loro occhi, si rivelò la valle del Crati.

Ma prima di arrivare al Vecchio Magazzino Doganale successe un fatto strano. All’alba dell’ultimo giorno di cammino, i tre si trovarono di fronte ad una scena inusuale: videro una fitta nebbia colorata che sbarrava il loro sentiero. Si avvicinarono e capirono che non era nebbia. Era qualcosa di vivo. Si muoveva, creando delle ombre di colore, simili ad un miraggio.

Ma i tre non ebbero paura e continuarono a camminare, avvicinandosi e capendo finalmente cos’era quella strana visione. Migliaia di farfalle colorate volavano in gruppo, ricoprendo ogni cosa. Era come un grande sipario, un velo sottile e misterioso. Ma Jefferson non si fece intimidire. Attraversò il sipario, chiudendo gli occhi per un secondo e facendosi largo con le braccia. Fu a quel punto che vide Giocondo, sulla sua sedia di paglia, nell’attimo in cui imbottigliava il tramonto di giornata. Capì subito di essere arrivato a destinazione.

«Io rimarrò qui per sempre.»

Fu questa la frase che Jefferson sussurrò. Roger e Gil non la dimenticarono più.

E così fu per tutti e tre, qui per sempre, oltre il sipario, nonostante la voglia di viaggiare, il richiamo delle grandi città europee e l’amore di Jefferson per Madame Milù.